Ilse e Stefano sono spostati dal 1996 e hanno 3 figli. Da più di un anno si sono uniti al gruppo di missionari e volontari che incontrano le persone senza dimora a Bologna. In questa intervista ci portano in una delle loro uscite di strada
Come volontari, con altre associazioni del territorio, 2 volte al mese il sabato sera escono per le strade del capoluogo emiliano per distribuire cibo e qualche parola di conforto ai senza fissa dimora della città. “Il pasto caldo è un pretesto per stringere relazioni o semplicemente incrociare gli sguardi di queste persone” ci dice Ilse.
Perché avete scelto proprio il servizio in strada?
Da diversi anni svolgiamo volontariato presso i dormitori del bolognese per incontrare le storie di chi la sera trova un po’ di sollievo in queste strutture. Con la pandemia l’aspetto relazionale è venuto meno ed è la cosa che mancava di più, il servizio non era “completo”. Un giorno i missionari ci hanno detto che partecipavano a un progetto di distribuzione di pasti caldi per le vie di Bologna e abbiamo pensato che fosse naturale dare la nostra disponibilità.
Come si svolge il servizio?
Ci troviamo con gli altri volontari, dividiamo il cibo e le bevande preparate e iniziamo il nostro giro, sempre lo stesso per poter instaurare, se incontriamo questo desiderio, una relazione. Il panino e il tè alle volte sono davvero mezzi di sostentamento, ma altre solo il pretesto per poter parlare e ascoltare.
C’è un incontro che è stato significativo per voi?
Tra le molte persone che incontriamo per strada o nei dormitori, Andrea è la persona che ci ha maggiormente colpito. È una persona riservata – anche adesso, dopo un anno di conoscenza – ma all’inizio non voleva neppure dire il suo nome. Adesso per lui non siamo i volontari che portano il cibo, ma Ilse e Stefano. Sa i nostri nomi e riconosce i nostri volti sotto le mascherine. Scambiamo poche parole, ci congeda educatamente dopo poco ma è sempre un incontro che rinfranca.
Com’è cambiata la vostra famiglia?
La nostra famiglia non è cambiata, il servizio dei dormitori e della strada è parte del nostro essere famiglia. I nostri figli hanno altri modi e seguono altre vie per esprimere la loro vicinanza a chi è nel bisogno, ma le sere al dormitorio o l’unità di strada sono per noi una consuetudine, come alzarsi al mattino per andare al lavoro.
Che augurio fareste a chi legge?
Di non avere paura a incontrare ciò che non si conosce.


