Commento al Vangelo di domenica 19 ottobre 2025 a cura della Comunità Missionaria di Lonato del Garda Luca 18,1-8
La speranza è un dolore che non si arrende
Le parabole che Gesù racconta non sono mai troppo lontane dalla vita ordinaria della sua gente. Questa volta la storia è quella dell’incontro tra una vedova e un giudice disonesto, che potremmo facilmente paragonare alla vicenda di Davide e Golia. La vedova è un personaggio di poco conto agli occhi della società patriarcale del suo tempo: è donna e il fatto di essere vedova significa aver perso ogni sicurezza per il proprio sostentamento e per la propria vita. Non c’è bisogno di aggiungere altro per descriverla: è una donna senza diritti che chiede giustizia. Del giudice sappiamo che è un uomo che non teme Dio e non ha riguardo per nessuno: lo dice la gente e lo dice lui stesso, con quella piena consapevolezza e orgoglio di sé tipica di chi occupa posizioni di potere che comportano forza e garanzia di impunità. Verso la fine del Vangelo, Gesù specifica che è un giudice disonesto, rappresentante di una giustizia arbitraria abituata a schierarsi dalla parte dei forti.
Eppure, assistiamo a un esito del tutto imprevisto. Alla fine della storia è la vedova a spuntarla e ad ottenere giustizia. La sua voce, leggera come il ronzio di un moscerino, finisce per infastidire le orecchie del potente di turno e lo costringono a cedere. Com’è possibile? La vedova di questa storia ci insegna tre atteggiamenti che possono nutrire la nostra fede.
La conoscenza di ciò che è giusto e che, pertanto, può e deve essere richiesto.
Il coraggio di esporsi in prima persona, pur sapendo di dover affrontare una realtà molto più grande e potente di lei.
La perseveranza di portare avanti la causa in cui crede, senza indietreggiare davanti agli insuccessi e ai fallimenti.
Di questa vedova non si racconta che si sia seduta alle porte del Tempio per supplicare Dio di intervenire e di farle giustizia. È lei stessa ad alzarsi, a raccogliere le sue proprie forze, e a battersi per ciò che ritiene importante per la sua vita. E in questo suo atteggiamento attivo e responsabile di fronte alla storia, la potenza di Dio si manifesta e la sostiene al punto da stravolgere gli esiti di un conflitto altrimenti perso in partenza. Ecco il segreto di una preghiera che funziona: decidersi per la giustizia e fare la propria parte con coraggio e perseveranza, sapendo che Dio Padre raccoglie ogni sforzo, ogni lacrima, ogni ricerca autentica di bene e di giustizia.
La Giornata Missionaria Mondiale che oggi celebriamo ci chiede però di farci un’ulteriore domanda: quali sono le ingiustizie per le quali ho il coraggio di espormi in prima persona con passione e con perseveranza? Davanti alle molteplici situazioni di sofferenza e di ingiustizia che ci sono nel mondo, mi accontento di affidarle a Dio perché ci pensi Lui o accetto di compromettermi in prima persona affinché Dio possa servirsi anche di me per trasformare questo mondo in un luogo più giusto, secondo il Suo disegno? La vedova, con la sua voce sottile, ci mostra che non occorre essere forti e potenti: basta vivere con fede e fare di tutta la propria vita un’incessante preghiera.
Annamaria Amarante
(*) Questo commento fa parte del cammino dell’Ottobre missionario: ogni domenica troverai qui una riflessione sul Vangelo per alimentare la tua missione quotidiana


