2 novembre, ecco perché preghiamo per i defunti

La Commemorazione dei defunti è la ricorrenza in cui la memoria si riempie di sentimenti di affetto, di nostalgia e di speranza, che non si stanca di ricordarci che la vita ha un inizio e una fine e che non possiamo e non dobbiamo dimenticarlo

Quando pensiamo al mese di novembre, il pensiero corre veloce a tutte quelle persone che abbiamo amato e che ci hanno lasciato; ogni anno arriva il momento della commemorazione dei nostri cari defunti. La morte è uno staccarci dai legami e sentimenti terreni per andare verso un “oltre” sconosciuto che ci attende, dove la vita non ci è tolta ma trasformata (cf. Prefazio dei Defunti I).

Ma la morte ci fa paura ed allora è molto facile cedere alla tentazione di ignorarla, come se questo bastasse a tenerla lontana. Il teologo francese Blaise Pascal ha ben espresso questo bisogno di fuggire affermando che «gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno deciso di non pensarci per rendersi felici» (Pensieri, Edizione Brunschvig, n.168).

La morte porta con sé il dolore del distacco, il timore dell’ignoto, ma è anche colei che compie il mistero pasquale di Gesù che muore e risorge, e noi con Lui. Il 2 novembre fa sì che mentre preghiamo per i nostri cari, siamo invitati a riflettere anche su noi stessi, sul nostro cammino, a capire che la morte ci fa dei doni speciali: l’incontro con il Cristo e una vita in cui non si muore più.

Il significato cristiano del rito funebre

Quando una persona cara muore è fonte di consolazione poterla accompagnare nell’ultimo atto della sua presenza terrena e il significato cristiano del rito del funerale ci offre una molteplice riflessione: è un saluto dato a chi non è più presente fisicamente e da cui non avremmo mai voluto separarci; è far memoria di ciò che la persona cara è stata per noi e noi per lei; è riconoscere che quel legame continua a vivere anche dopo la morte; è un gesto di prossimità verso coloro che restano. Il funerale è, dunque, un rito importante non solo per i morti ma anche per i vivi.

In questo tempo di pandemia, l’impossibilità di celebrare i funerali dei propri cari ha avuto un impatto umano veramente forte e avvilente. Ha reso la morte ancora più pesante e la solitudine più insopportabile: quella di chi è morto solo, senza nessuno accanto, e quella di coloro che non hanno potuto abbracciare, consolare e dare l’ultimo saluto. Ora, più che mai siamo chiamati a recuperare quella dimensione umana e spirituale del rito, per ritrovare il senso del sacro e il rispetto per chi muore.

Ma non è sempre così facile vivere riconciliati con la perdita di una persona amata; il cristiano deve continuamente convertirsi; deve saper superare quel vuoto che la morte porta sempre con sé e affidarsi al Signore che ci ha svelato senza ombra di dubbio che: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno» (Gv 11,25-26).

Il rito funebre in Africa

La morte e i riti che l’accompagnano cambiano a seconda delle culture. In tanti Paesi africani essa non è vista come una tragedia poiché il defunto non lascia in modo definitivo il mondo dei vivi. Egli è sempre presente sotto più forme: un albero, il vento, l’acqua… Per raggiungere la terra degli antenati, che sono diventati delle divinità, il defunto deve avere dei funerali secondo la tradizione. Solo in seguito, anche lui, potrà andare a far parte del gruppo delle divinità. La celebrazione di questi riti avviene dopo la raccolta nei campi e prima della stagione delle piogge.

Nella mentalità di tanti popoli africani la morte di una persona cara non è solo qualcosa che tocca la singola famiglia, ma tutta la comunità poiché essa è considerata un fatto sociale e non qualcosa di completamente privato. “Quando un uomo muore, la società non perde solamente una unità: essa è raggiunta nella sua stessa vita, nella fede in sé stessa” (R. Hertz, Sociologie religieuse et folklore, p. 71). Dopo la celebrazione della messa, il defunto è accompagnato alla sua dimora finale. Le leggi dello Stato permettono che la tomba possa essere posta nel cortile della casa del defunto, che resta così accanto alla sua famiglia e la casa non può essere più ceduta ad estranei.

In occasione del 2 novembre, nelle parrocchie si celebra una messa in suffragio per tutti coloro che sono morti, le persone portano una foto, che pongono ai piedi dell’altare. Questo rito si ripete alcune volte nell’anno. Quando a morire è un catechista che ha guidato la comunità nel villaggio, un anziano o una persona saggia, le cerimonie sono ancora più intense e partecipate. Dopo la celebrazione, segue un pranzo offerto dalla famiglia a tutti coloro che entrano nella casa.

Il valore della preghiera

Il cristiano prega per i morti perché crede nell’esistenza di un’altra vita; crede che chi muore vive in Dio per sempre e prega perché questo incontro si avveri nella pienezza della gioia. Sant’Agostino ci esorta alla preghiera di suffragio: “una lacrima per i defunti evapora, un fiore sulla tomba appassisce, una preghiera, invece, arriva fino al cuore dell’Altissimo”.

La preghiera per i defunti fa bene anche a noi; ci spinge a cercare il vero bene, quello che «né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano» (Mt 6,20). La preghiera deve, però, diventare vita attraverso la carità, la condivisione, l’accoglienza e tutte quelle opere di bene che diventano suffragio; altrimenti è solo un insieme di parole vuote e senza effetto. Dobbiamo imparare a pregare con la consapevolezza che la volontà del Padre è che nessuno vada perduto e che Gesù “lo risusciti nell’ultimo giorno” (Gv 6,40).

La messa in suffragio

In modo particolare, nella celebrazione eucaristica la preghiera si fa ancora più intensa: “Ricordati, Signore, dei tuoi fedeli, che ci hanno preceduto con il segno della fede e dormono il sonno della pace. Dona loro, Signore, e a tutti quelli che riposano in Cristo, la beatitudine, la luce e la pace” (Canone romano).

Ma perché la celebrazione eucaristia ha questo grande potere? La messa è donare ai nostri defunti il bene più grande, cioè Gesù stesso, il suo sacrificio, l’applicazione dei suoi meriti perché l’anima della persona scomparsa possa entrare nella gioia del Cielo. L’Eucarestia è ringraziamento, è richiesta di perdono e di aiuto; è l’invito che Gesù fa all’assemblea dei fedeli di unirsi al suo sacrificio e pregare anche per i defunti.

La celebrazione di ogni messa “…ci trova concordi in un duplice pensiero: quello del suffragio per i nostri defunti, e quello della nostra fede nella vita futura. Se il primo pensiero ci ricorda la pietà che dobbiamo avere verso coloro che ci hanno preceduto e ci rende solleciti del loro bene, il secondo pensiero risulta piuttosto rivolto al nostro bene, al conseguimento di quella saggezza che un cristiano sa derivare dal mistero della morte” (Omelia di Paolo VI, Sabato, 2 novembre 1963).

Daniela Moras,
missionaria

Immagine principale tratta da www.cathopic.com. Autore dell’immagine Mariana C.

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