Cosa rende Il Giubileo speciale? Ne parlano p. Gabriele Carnera, impegnato nella pastorale giovanile nella Comunità di Nola, e p. Stefano Crosara, responsabile nazionale della pastorale giovanile
Dal 28 luglio al 3 agosto, centinaia di migliaia di giovani provenienti da ogni parte del mondo si ritroveranno a Roma per vivere insieme il Giubileo dei Giovani: un evento atteso, preparato, sognato. Anche la nostra Comunità sarà presente, con gruppi in arrivo da diverse città italiane e dai Paesi dell’America Latina in cui siamo presenti. Ma cosa rappresenta davvero questo momento per un giovane di oggi? E che cosa può nascere da un’esperienza come questa?
Per p. Gabriele Carnera il Giubileo è «un’opportunità per i giovani di entrare in una storia grande, millenaria, che unisce le vite di tante persone che, nel corso dei secoli, hanno vissuto la fede e camminato insieme». La vera sfida, dice, è raccontare tutto questo con un linguaggio accessibile, capace di parlare al cuore dei giovani. «Tante volte oggi la fede viene percepita come un’esperienza individuale o isolante. Il Giubileo, invece, è il contrario: è mettersi in cammino insieme a tutto il popolo di Dio, riscoprendo la forza di sentirsi parte di una comunità».
In apertura, i giovani si ritroveranno a Nola per un tempo di preparazione comunitaria. «Sarà bello vedere che, da qualunque parte del mondo vengano, si sentiranno a casa, uniti dallo stesso Spirito», racconta p. Gabriele.
E proprio in occasioni come questa, Dio può cambiare la vita. «Dio parla in modo speciale in contesti come questi: non con messaggi vocali — sorride — ma attraverso volti, parole, silenzi, incontri. A me è successo nel 2009 — ricorda — durante il raduno dei giovani di Villaregia. Una frase del Vangelo ascoltata in omelia ha fatto breccia nel mio cuore: “Va’, vendi quello che hai, dallo ai poveri, vieni e seguimi”. Da lì è iniziata la mia vocazione».
Per p. Stefano Crosara il Giubileo è un’occasione di riscatto. «È una parola forte — dice — che parla a chi si sente fragile. Riscattarsi non significa negare le proprie fatiche, ma trasformarle. Il Giubileo è un’occasione per rialzarsi, respirare aria nuova, scoprire che non si è soli».
Il Giubileo, infatti, può aprire una finestra sulla vita. E in quella finestra c’è spazio per una visione nuova del mondo. «Essere missionari oggi — spiega p. Stefano — significa avere uno sguardo nuovo, uscire dalla propria zona di comfort, fare qualcosa per gli altri. Tanti giovani lo desiderano già: basta un incoraggiamento».


La missione non è un’idea astratta, ma qualcosa che coinvolge profondamente la vita. È un invito ad avere fiducia, a guardare lontano, a scoprire i propri doni e metterli a servizio degli altri. «La missione affascina — continua p. Stefano — perché fa scoprire che possiamo avere un impatto positivo sul mondo. Mostra che il mondo ha bisogno di noi. E che, nella diversità culturale, si nasconde una ricchezza immensa. Aiuta a crescere, ad aprire il cuore, a maturare».
E se un giovane, tornando a casa dal Giubileo, dovesse rispondere alla domanda “che cosa ti ha insegnato questa esperienza?”, p. Stefano sogna che possa dire: “Mi ha insegnato che vale la pena sudare per qualcosa di grande”. Perché il Giubileo non è una vacanza, ma un pellegrinaggio. Si cammina, si fatica, ma si scopre che dietro la fatica c’è un ideale, e che non si è soli a camminare. Proprio come nella vita.
Un’altra immagine potente è quella della Porta Santa: attraversarla diventa un gesto simbolico e spirituale insieme. «Ogni fase della nostra vita è sacra — spiega — anche quella più faticosa. E ognuna ci avvicina alla nostra pienezza». Il messaggio finale, però, è forse il più importante di tutti: “Mi ha insegnato che sono amato”. Questo è il cuore del Giubileo: un’esperienza che ci ricorda che Dio ci guarda con amore, e che da questo sguardo possiamo sempre ripartire.
In fondo, come suggerisce p. Gabriele, il Giubileo è come una cena tra amici. Ognuno porta qualcosa di sé, condivide, ascolta, si lascia toccare dal vissuto degli altri. Poi la cena finisce, e si torna alla quotidianità. Ma non si è più gli stessi: si è più ricchi, più consapevoli, meno soli.
E allora sì, il Giubileo può cambiare una vita. Una cena che diventa chiamata, un cammino che diventa riscatto, una fatica che diventa speranza. Perché, davvero, vale la pena sudare per qualcosa di grande.
Respirare missione, costruire fraternità
Nel cuore del Giubileo dei giovani, giovedì 31 luglio, animeremo – insieme ad altre realtà missionarie – una piazza di Roma (ancora da definire), con un desiderio profondo: far “respirare missione”. Sarà un momento di festa e testimonianza, aperto a tutti i giovani in pellegrinaggio. Musica, danze, laboratori creativi e racconti di vita si alterneranno per trasmettere un messaggio forte e universale: la pace è possibile, la fraternità tra i popoli è una strada da percorrere insieme. Un invito a lasciarsi coinvolgere e a diventare protagonisti di un mondo più solidale.
Nei giorni immediatamente precedenti all’arrivo a Roma, vivremo un tempo speciale a Nola: il “pre-Giubileo”. Sarà l’occasione per creare legami tra i giovani italiani e quelli provenienti dalle missioni – circa un centinaio in tutto – e per prepararci spiritualmente e concretamente all’incontro con migliaia di coetanei. Lavoreremo insieme, conosceremo volti nuovi, costruiremo ponti e sogni. E porteremo a Roma il frutto di questi giorni vissuti in fraternità.
Le parole dei giovani
Gioia
La parola che ho scelto per descrivere il Giubileo è gioia. Gioia per me sarà incontrare culture diverse dalla nostra, conoscere giovani che vengono da altre parti del mondo, ascoltare le loro storie, i loro sogni, e lasciarmi arricchire dal loro modo di vivere la fede. Sarà bello scoprire che, anche se parliamo lingue diverse, possiamo capirci con i gesti semplici dell’amicizia, della preghiera, del canto, della fraternità. Gioia sarà anche rincontrare persone che ho conosciuto durante la Giornata Mondiale della Gioventù: rivederle sarà come ritrovare un pezzo di strada già vissuta insieme.
Questa esperienza mi resterà nel cuore perché non sarà solo un evento, ma un cammino di relazioni, condivisione, fede e scoperta. Una gioia profonda, che nasce dall’incontro e si moltiplica nel donarsi agli altri. Il Giubileo sarà un’occasione per lasciarsi sorprendere e riscoprire la bellezza dell’essere Chiesa insieme, giovani di ogni angolo del mondo uniti da una stessa speranza.
Lucia, Quartu Sant’Elena (CA)
Incontro
Nel mio cammino nel GIMVi in Perù ho vissuto esperienze che hanno trasformato la mia fede: gli incontri, i ritiri e le missioni mi hanno fatto sperimentare la forza della preghiera, la bellezza della fraternità e la gioia del servizio condiviso con altri giovani che cercano Dio con sincerità.
Ho imparato che la comunione vera non è solo stare insieme, ma ascoltare l’altro, accogliere la sua storia, la sua cultura e la sua fede. Ho condiviso sorrisi, silenzi, fatiche e speranze con giovani del mio Paese e di altri Paesi del mondo. Ogni incontro è stato una scuola di umanità.
Per questo, pensando al Giubileo dei Giovani del 2025, non lo vedo solo come un grande evento da vivere, ma come un’occasione per allargare ancora di più i confini della nostra fraternità. Sarà un momento prezioso per sperimentare l’universalità della Chiesa, giovane e in cammino, capace di unirsi anche nella diversità. In un mondo segnato da divisioni e frammentazioni, abbiamo bisogno di testimoni che mostrino con la vita che un altro modo di vivere insieme è possibile, e che Dio può essere quel ponte che unisce i cuori.
Invito ogni giovane a vivere questa esperienza con cuore aperto: lascia un segno che dura per sempre.
Yolanda, Lima (Perù)
Attesa
Non so bene cosa sia davvero la speranza. Mi interrogo spesso se sia qualcosa di concreto o se resti, invece, un’idea astratta, difficile da afferrare. Quest’anno, nel cammino del GimVi Giovani, abbiamo provato a riflettere su questo tema in preparazione al Giubileo, cercando insieme di darle un volto più chiaro. Abbiamo scoperto che sperare significa anche attendere: in spagnolo, infatti, le due parole coincidono (esperar). È un’attesa fiduciosa dei doni che Dio ci offre ogni giorno, una disponibilità a lasciarsi sorprendere dal suo amore. Ma non è solo una postura passiva. La speranza diventa attiva quando si traduce in scelte concrete, in passi quotidiani verso l’altro, verso Dio. È un cammino che ci chiede di fare la nostra parte, mettendo in gioco tutto ciò che siamo per amare davvero. In queste settimane che precedono il Giubileo dei Giovani, vivo un tempo di attesa, abitata dal desiderio di vivere la speranza, di farla mia e, soprattutto, di imparare a sperare anche per chi oggi fa più fatica. Perché la speranza condivisa è più forte e può illuminare la strada di molti.
Gemma, Villaregia (RO)
Vocazione
Fin da piccola ho conosciuto Gesù grazie alla mia famiglia che mi ha insegnato a vederlo come un Dio buono e vicino. Crescendo, ho capito che la prima vocazione che il Signore mi donava era quella di sentirmi sua figlia amata. Poi è arrivata la chiamata alla missione e al servizio. Nel gruppo giovanile missionario ho capito che non potevo tenere per me tutto l’amore ricevuto. Così ho iniziato a condividerlo con i bambini della catechesi, con i giovani, con chi aveva bisogno di speranza. In missione, ho incontrato Gesù nei sorrisi dei bambini, nell’accoglienza delle famiglie, nella gioia di servire. Ora non vedo l’ora di vivere il Giubileo con altri giovani del mondo: diversi, ma uniti dalla stessa fede e dallo stesso desiderio di annunciare Gesù. Che questo anno giubilare e il Giubileo dei Giovani ci aiutino a sentirci davvero portatori di speranza, uniti come fratelli anche nella distanza. Credo con tutto il cuore che Gesù è amore e felicità vera. E questo, non posso non condividerlo! Teresita, Texcoco (Messico)


