Un laboratorio accompagna i genitori a riscoprire il linguaggio della speranza con i propri figli adolescenti
L’8 marzo 2026, presso la Fraternità di Roma, si è svolto un laboratorio dedicato all’adolescenza promosso dall’équipe che accompagna il percorso di formazione delle coppie della comunità.
L’incontro, guidato dalla dott.ssa Angela Maluccio, psicologa e psicoterapeuta, è nato dal desiderio di offrire ai genitori uno spazio di riflessione e confronto su una delle stagioni più complesse – e allo stesso tempo più ricche – della crescita.
Spesso l’adolescenza viene raccontata come un problema da gestire o una fase da “superare”. Il laboratorio ha invece provato a guardarla da un’altra prospettiva: come un tempo di passaggio, fatto di domande profonde, di ricerca di identità e di bisogno di relazioni significative. Un’età sospesa tra l’infanzia e la vita adulta, che chiede soprattutto adulti presenti e capaci di accompagnare.
All’interno di questa cornice educativa è stato affrontato anche il tema di ciò che accade nella testa degli adolescenti.
Questo approfondimento è stato curato da Caterina Valletti, esperta di comunicazione cognitiva, che ha offerto una chiave di lettura neuroscientifica di questa fase della crescita. L’adolescenza è infatti un periodo di intensa trasformazione in cui emozioni, cambiamenti corporei e ricerca di autonomia convivono con un equilibrio ancora in costruzione. Non si tratta di un cervello “difettoso”, ma di un cervello in profonda riorganizzazione.
Comprendere questi processi aiuta anche a leggere in modo diverso alcuni comportamenti tipici dell’adolescenza. Spesso ciò che appare come opposizione o disinteresse è in realtà il segno di una fase di sviluppo complessa, in cui il giovane è impegnato a costruire la propria identità e a trovare un posto nel mondo.
Da questa consapevolezza è nata una domanda semplice ma decisiva: come possiamo comunicare con i nostri figli quando attraversano momenti di fatica o di conflitto?
Il momento più coinvolgente del laboratorio è stato proprio quello in cui tutti i partecipanti si sono messi in gioco in prima persona. Attraverso un esercizio teatrale, genitori ed educatori hanno provato a mettere in scena alcune situazioni tipiche della vita quotidiana con gli adolescenti: incomprensioni, errori, momenti di chiusura o di tensione.
Nella prima fase ciascuno ha interpretato il “copione” spontaneo, quello che spesso emerge nella realtà: parole dette di impulso, giudizi affrettati, frasi che rischiano di chiudere il dialogo.
Poi è iniziata la parte più significativa del laboratorio. Insieme si è provato a riscrivere quel copione, cercando parole diverse: parole capaci di non negare l’errore, ma di tenere aperto il futuro. Parole che non etichettano la persona, ma che ricordano che ogni giovane è ancora in cammino.
È stato un esercizio semplice ma molto potente. Perché ha mostrato come il linguaggio degli adulti possa fare la differenza: può chiudere la relazione oppure riaprirla; può fermarsi al problema del momento oppure lasciare intravedere possibilità di crescita.
Il laboratorio si è così trasformato in un’esperienza profondamente comunitaria. Non una lezione frontale, ma un percorso condiviso in cui ciascuno ha potuto riconoscersi nelle fatiche degli altri e sperimentare nuovi modi di stare accanto ai propri figli o agli adolescenti che incontra nel proprio lavoro.
In fondo, il messaggio emerso con più forza è stato proprio questo: educare un adolescente non significa avere tutte le risposte, ma restare accanto mentre cresce.
Ed è forse qui che prende forma anche il linguaggio della speranza: quello che, anche nei momenti più difficili, continua a dire a un figlio che la sua storia non è ancora finita e che il futuro resta aperto, anzi si costruisce speranza dopo speranza!





