mosaico

Come tessere di un mosaico

4Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito…
7A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune…
12Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo…
25nel corpo non vi sia divisione, ma anzi le varie membra abbiano cura le une delle altre…
27Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra
(1Corinzi 12).

La voce di Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi risuona per noi ancora oggi come una rivoluzione: siamo un corpo fatto di membra diverse: mani, piedi, occhi, ognuno con una funzione propria, ma tutti dono per la comunità, e quindi, tutti bisognosi gli uni degli altri.

L’illusione dell’autosufficienza ci fa credere che essere completi indichi non avere bisogno di nessuno. Ma nel mosaico di Dio, il bordo frastagliato di una tessera non è un difetto: è lo spazio predisposto per accogliere la tessera vicina.

L’occhio non può fare il lavoro della mano, e viceversa. Se fossimo tutti identici, saremmo una parete monocroma, non un capolavoro. Abbiamo disperatamente bisogno delle differenze altrui per essere un capolavoro. Siamo fili diversi intrecciati in un unico arazzo. E se un solo filo si spezza, l’intero disegno si rovina. Ma a che scopo esiste questa diversità? La risposta la troviamo nella preghiera di Gesù: «Perché tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21).

Essere “una cosa sola” non significa essere tutti uguali o annullare le proprie caratteristiche. L’unità non è uniformità, ma comunione, dove la differenza dell’altro non è una minaccia, ma il pezzo mancante per completare l’opera di Dio. È l’arte di abitare la diversità come un dono, con colori diversi dello stesso Spirito. L’unità è un’opera d’arte fatta di frammenti diversi che, solo trovando il proprio “incastro” con l’altro, rivelano un volto meraviglioso: da soli, saremmo solo frammenti sparsi.

Essere uno vuol dire scoprire che l’altro mi appartiene. Per questo Paolo aggiunge qualcosa di ancora più sorprendente: le membra che sembrano più deboli sono le più necessarie. È un capovolgimento radicale. Chi è fragile non è un peso, ma una lente attraverso cui il corpo intero impara la cura, la compassione, l’umiltà. Senza la fragilità, il corpo diventerebbe rigido, incapace di amare.

L’unità accoglie: dire “tutti siano uno” significa fare spazio, vuol dire che il mio occhio deve imparare a vedere attraverso il bisogno dell’altro e la mia mano deve sentire il peso che l’altro porta. Indispensabile è la cura del frammento: spesso le membra più piccole o fragili sono quelle che tengono unito il corpo. Nelle situazioni di povertà, la dignità di chi non ha nulla ci ricorda che l’essenziale per essere “uno” è la relazione.

Perché dobbiamo essere uno? “Perché il mondo creda”. La nostra capacità di vivere uniti nella diversità è la prova più grande che la fraternità è possibile. Il Signore ci doni lo Spirito per essere tessere di un mosaico che trova la sua bellezza solo nell’incastro, che tutti potranno contemplare.

Maria Rosaria Cirella e Fiore Sepe

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