germoglia

“Proprio ora germoglia”

Cambiamo smisuratamente nel tempo, eppure ci sentiamo sempre noi: una riflessione sulla novità continua che Dio opera in noi

Le pendici dell’Etna non ricordano come si presentavano vent’anni fa. La pecora adulta non ricorda l’agnellino che è stata. La spiga non ha memoria del suo spuntare dalla terra.

Io, Michele — ottantaseienne — ho invece la consapevolezza di essere lo stesso del Michele neo-scolaro del primo giorno di elementari, di quello della laurea, di quello del matrimonio con Rita, del Michele diventato papà, poi nonno, poi bisnonno.

È la percezione di sé: l’identità che persiste nella continuità con un unico originario soggetto, rimasto sempre lo stesso, eppure sempre diverso. In qualche modo, sempre nuovo.

O, meglio ancora: fatto sempre nuovo.

«Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5)

Continuamente e amorevolmente trasformato dal Costruttore, per essere adeguato alle stagioni della vita. Tenuto sempre tra le mani del gran Vasaio, pronto a rimpastare la mia povera argilla per darle nuova struttura, per forgiarla a prove più grandi.

Ma come è possibile? Cambiamo smisuratamente nel tempo, eppure ci sentiamo sempre “noi”.

Forse questo mistero non è un problema da risolvere, ma una ricchezza da accogliere: significa che sono e sarò sempre più grande delle mie stesse definizioni, più profondo di ogni mia certezza. È proprio questa apertura che dà senso alla vita: sapere che ogni giorno posso scoprire qualcosa di nuovo di me stesso.

Papa Francesco lo ricordò nell’udienza del 23 agosto 2017:

Essere cristiani implica una nuova prospettiva: uno sguardo pieno di speranza. Qualcuno crede che la vita trattenga tutte le sue felicità nella giovinezza e nel passato, e che il vivere sia un lento decadimento. Ma noi cristiani non crediamo questo. Crediamo invece che nell’orizzonte dell’uomo c’è un sole che illumina per sempre. Crediamo che i nostri giorni più belli devono ancora venire. Siamo gente più di primavera che d’autunno.

E se davvero credo in un Dio della novità e della speranza, scoprirò il mio essere sempre fatto nuovo.

Oggi mi ritrovo spesso a lamentarmi per un udito sempre più precario; eppure mi imbatto in persone che mi cercano per la mia capacità di ascolto.

Mi ritengo, per età, una compagnia poco appetibile; mi crea sempre meraviglia che persone anche giovani mi cerchino per un confronto o un dialogo.

Sento come un vero handicap una fragilità fisica che sembra rendermi difficile anche la sola sopravvivenza; ecco la sorpresa di chi mi ringrazia per l’energia che ho loro trasfuso.

Sto attraversando l’età che la società considera da rottamazione; che bello quando qualcuno mi fa sentire ancora utile, in grado di dare una mano.

Vivo una stagione che riduce la progettualità e accresce il rischio-noia. Eppure il bilancio quotidiano mi fa scoprire che ho sussultato per un’emozione, ho condiviso la gioia altrui, ho fatto il tifo per una verità, ho pianto davanti alla sconfitta di un fratello, mi sono commosso per un tramonto, sono uscito edificato da un incontro, sono riuscito a pregare con profondità.

E tutto questo accade a me, adesso — proprio nel tempo della vecchiaia che si vuole privi tutto di senso:

«Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia» (Is 43,18)

Michele D’Eliseo

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